BlacKkKlansman: il nostro incontro a Londra con Spike Lee

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BlacKkKlansman: il nostro incontro a Londra con Spike Lee

Intervistare Spike Lee è farsi un giretto nella centrifuga della lavatrice. Mette soggezione e l’atmosfera è all’inizio tesa, ci vogliono diverse domande per farlo sciogliere, ma quando succede, (e succede, perché Spike ha voglia di parlare e anche di levarsi di dosso l’etichetta di regista perennemente arrabbiato), è un fiume in piena e non si risparmia. Sul suo nuovo film BlacKkKlansman (nei cinema italiani dal 27 settembre), su Trump, sulla politica, sulla sua visione del mondo.
E ci lascia con due preziosi consigli, da bravo professore di cinema qual è.

Cosa ricorda a caldo di Trump? All'epoca quali furono le sue prime impressioni?
Non mi è mai piaciuto. Fin dall’inizio. Mai.

Perché per lei è stato importante scrivere questo dialogo su Trump?
Perché quell’arancione lì non mi è mai piaciuto.

Cosa vorrebbe che il pubblico portasse con sé da questa storia?
Non rispondo a questa domanda.

Non pensa in questi termini?
No, dal 1999. Non hanno bisogno che Spike Lee gli dica cosa pensare.

Come definirebbe artisticamente questo film allora?
A Spike Lee Joint.

Solo tre parole?
Anche "Io ti amo" sono solo tre parole! (ride)

Perché ha scelto di aprire il film con la sequenza di Via col vento e Nascita di una nazione
Perché sono considerati i più grandi risultati del cinema americano, Via col vento ha romanticizzato la guerra civile e il Sud, e quella sequenza è davvero una delle più grandiose mai girate. E Nascita di una nazione è lo stesso. David Wark Griffith è il padre del cinema, quello che ne ha inventato la Grammatica, e come ho detto di recente, oggi questa è una cosa enorme, per ogni individuo. Possiamo, vogliamo, dobbiamo separare l'arte dall'artista? Questa è una domanda molto individuale da porsi.
Per me, quello che mi hanno insegnato questi film, (Via col vento lo vidi con la mia classe, andammo al cinema, ma nessun insegnante si pose mai il problema dell'impatto che questo film potesse avere sugli studenti neri. Eravamo piccoli, tra gli 8 e i 10 anni, e vedere quelle immagini era come assistere ad una cerimonia non essendo invitati). Alla scuola di cinema la prima cosa che vedemmo e analizzammo fu Nascita di una nazione, ma lasciarono fuori tutta la parte di come fu la nascita del Klan che conseguentemente portò i neri ad essere linciati. Non ci raccontarono tutto. Penso io.

Nel film possiamo vedere poster di film blaxploitation, perché li ha usati?
Perché sono cresciuto a Brooklyn negli anni '70, e quei film erano lì per essere visti e discussi, e io facevo parte di questo dibattito. Ah che bello i neri sul grande schermo, ma che ruoli fanno? Ah, spacciatori e papponi. Ovvio che non fossero gli eroi. Era pieno di stereotipi. Il rapporto tra Ron (John David Washington) e Patrice (Laura Harrier) è anche il rapporto tra due posizioni politiche differenti, ma sembra che lei non prenda posizioni nel film.
No, affatto. Bisogna prendere posizione. Come ho sempre insegnato ai miei studenti, da quando ho ricominciato a farlo. Non c'è un solo modo, certo, io ho due personaggi, con due diversi modi di vedere le cose, che però hanno un obiettivo comune. E faranno ognuno il proprio meglio per raggiungerlo.

Può raccontarci di quando ha deciso di usare il filmato di Charlottesville per chiudere il film?
Ero a casa e l'ho visto in tv, ho visto in diretta questo terribile atto di terrorismo nato sul suolo americano, era il 12 agosto del 2017, e noi cominciavamo a girare a settembre. Quello per me ha cambiato tutto.

Recentemente, su The Guardian, lei ha espresso il timore che Trump abbia legittimato il KKK. Potrebbe delucidare cosa intende?
Sono di Brooklyn, che vuol dire "delucidare"? Ahahaha, scherzo scherzo, non te la prendere.
Per prima cosa, non lo chiamo col suo nome, io lo chiamo Agente Arancione, mio fratello Busta Rhymes è stato il primo a chiamarlo così.
Secondo, il 12 agosto si è rifiutato di ripudiare queste organizzazioni di estrema destra. Volevo dicesse, "Come Presidente degli Stato Uniti e leader di questo Paese, voglio che il mondo sappia che l'America non è un posto per l'odio." Può farlo, e se lo faceva avevo un amico alla Casa Bianca.
Conoscete Robert Mueller? (direttore dell’ FBI dal 2001-2013, nominato nel 2016 Consigliere speciale del dipartimento di giustizia degli Stati Uniti, n.d.r.)
Questo è uno scontro mortale, avete letto quello che è venuto fuori di recente? Generali veterani di 85/90 anni, che hanno firmato un documento in cui dicono che questo tizio è una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti. Questi non sono mica hippy radicali, questa è tutta gente addestrata militarmente, ex generali dell'Esercito, della Marina, ex Cia, ex FBI, non è gente liberale. Ma questa gente di destra sta dicendo esattamente questo. Che lui è una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. Avete capito? Non lo dico mica io. Non lo dice mica Jesse Jackson. Lo dicono loro.
Dovremmo tutti… Ok, prendiamoci una pausa qui, chi ha visto la versione originale di The Manchurian Candidate?

Sì certo, quella di Frankenheimer.
(risatina compiaciuta di Spike Lee) Bene, avete fatto i compiti. Il protagonista è Frank Sinatra, con Laurence Harvey e Angela Lansbury che fa la madre. Questo film è del 1962, ma queste cosa accadono ancora, sapete. E come professore di cinema da dieci anni, ve ne consiglio un altro di film, due film che dovete assolutamente vedere per capire quello che sta succedendo. Sono serissimo. Il primo è The Manchurian candidate e il secondo è Un volto nella folla, diretto dal grandissimo Elia Kazan. Scritto da Budd Schulberg, protagonista Andy Griffith, questo film l'hanno girato subito dopo Fronte del porto.
Un film del 1957. Tutto quello che vedete e sentite oggi, era già in un film del 1957.
Per cui, questa roba non è una novità. Chi avrebbe mai pensato che un paese straniero, e specialmente un paese come la Russia, avrebbe potuto influenzare le elezioni americane?
Perché checché ne dica quello, è un fatto provato. E, dal momento che stiamo a Londra, parliamo anche di quei poveracci morti su quella panchina. (l'avvelenamento tramite gas nervino di una ex spia russa e della figlia, a Salisbury, un paese a 100 km a sud ovest di Londra, n.d.r.).
Molte cose stanno succedendo proprio qui a Londra.
Quando vado a Cannes, ogni volta, alle conferenze stampa, ogni volta, vogliono che parli per quei 44 milioni di americani. Ma io dico solo quello che personalmente penso. E quando mi hanno chiesto: 'Spike allora, cosa sta succedendo nel tuo Paese?' ho pensato di rispondere in questo modo, visto che stiamo ad un festival del cinema, volevo far sì che le mie risposte fossero dei titoli di un film. Per cui ho pensato e ripensato e mi è venuto in mente questo film di Peter Weir, Un anno vissuto pericolosamente, con Mel Gibson.
Per me la questione è seria davvero.
E un’altra cosa. (Urla, noi sobbalziamo) Questo tizio ha i codici nucleari. E la valigetta gira con lui ogni volta che lascia la Casa Bianca. Ora, io avevo gli incubi su questa cosa quando c’era Obama. Secondo voi dormo la notte? Seppure gira un pettegolezzo secondo il quale gli hanno dato i codici errati Ahahaha (esplode in una risata cavernosa) spero sia vero!

Lei ha vinto Il Gran Prix a Cannes.
Sì ed è stato molto bello. Anche se ho pensato varie volte che avrei dovuto vincerlo prima, ma sono stato snobbato. Poi vieni riconosciuto e va bene, ma non è quella la ragione per cui faccio quello che faccio.

Crede che l'arte e il fare film sono cose che possono plasmare la società e portarla verso la giusta direzione?
Certamente. E non c'è niente di nuovo in questo, ma credo anche che non sia solamente l'agenda di ogni artista, ognuno può farlo. Ma come artista, anche quando decidi di non prendere una decisione politica, bè per me quella è già una decisione politica.

Ha dichiarato tempo fa che ha smesso di essere sempre arrabbiato perché non è sano, ma da qualche anno sembra lo che lo sia di nuovo.
Mi faccia chiarire. Credo che questa dichiarazione sia stata presa fuori contesto. C'è stata una narrativa sullo Spike Lee regista nero e arrabbiato, ma non è vero.
Ho fatto dei film arrabbiati ma credo che nel corso dei miei 32 anni di carriera non sia stato sempre così. Sto entrando nella mio quarto decennio come regista, e penso che la rabbia possa essere molte altre cose.



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