Il razzismo nel cinema americano, in attesa di BlacKkKlansman di Spike Lee

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Il razzismo nel cinema americano, in attesa di BlacKkKlansman di Spike Lee

L'uscita nei cinema italiani il 27 settembre di BlacKkKlansman di Spike Lee, storia del poliziotto nero Ron Stallworth che negli anni 70 s'infiltrò nel Ku Klux Klan, ci dà l'occasione per una panoramica storica sul tema cinematografico del razzismo in America nei confronti degli afroamericani.

Il trattamento del tema nel cinema americano è il riflesso di una nazione spaccata in due, dove gli stati del sud hanno stentato a recepire il Tredicesimo Emendamento della Costituzione, l'abolizione della schiavitù, varato da Abraham Lincoln nel 1865. La genesi storica di quel provvedimento è al centro dei lunghi dibattiti del Lincoln (2012) di Steven Spielberg. Non è un caso se il primo nucleo del Ku Klux Klan nasce proprio nel 1865, fomentato dalla sconfitta dell'esercito confederato nella Guerra di Secessione. L'emendamento pone nelle intenzioni fine all'incubo ben raccontato dal regista Steve McQueen in 12 anni schiavo (2013) con Chiwetel Ejiofor, basato sull'autobiografia dello schiavo Solomon Northup, scritta nel 1853.

Dopo la fine della II Guerra Mondiale, nel 1947, l'inserimento dell'asso del baseball Jackie Robinson nella Major League, raccontato 70 anni dopo in 42 (2013) con Chadwick Boseman e Harrison Ford, segna un passo simbolico per i diritti dei neri. Hollywood è tiepida nei riguardi dell'argomento. Hattie McDaniel aveva vinto l'Oscar come migliore non protagonista per Via col Vento nel 1940, comunque nel ruolo di una serva. Per quanto Walt Disney con I racconti dello zio Tom (1946) miri in quel periodo a dare dignità alla tradizione culturale afroamericana, sin dalla sua uscita il film appare ambiguo nel suo folklorismo, così come ambiguo è col senno di poi l'Oscar "onorario" al James Baskett / Zio Tom. La Disney lo farà sparire dalla circolazione.

Uno dei primi veri passi verso una consapevolezza del tema razziale contemporaneo avviene con Uomo bianco tu vivrai (1950) di Joseph L. Mankiewicz, dove ottiene il suo primo ruolo di rilievo l'uomo-simbolo dei diritti afroamericani nel cinema, Sidney Poitier. L'attore è qui un neodottore che affronta un violento paziente razzista, interpretato da Richard Widmark. La tensione che si respira è una chiave interpretativa della successiva protesta di Rosa Parks, che nel 1955 si rifiuta in Alabama di cedere il suo posto sul bus a un bianco, come prescrivono le regole.

Tra il 1950 e il 1964, anno in cui Poitier con I gigli del campo riceve il primo Oscar ufficiale andato a un attore nero come protagonista, Gregory Peck interpreta e si fa promotore di Il buio oltre la siepe (1962). Adattamento del romanzo di Harper Lee, punta i riflettori sulla responsabilità che un elemento bianco illuminato della società deve mostrare. Il rischio del pregiudizio razziale, seppur non centrale nell'economia del film, corre sottotraccia anche in La parola ai giurati (1957) di Sidney Lumet. Qualcuno viene toccato dalle sensibilità messe in gioco, se consideriamo che nel 1961 il lavoro di tre donne di colore diventa nodale nei primi esperimenti spaziali della NASA: verrà raccontato solo nel 2016 in Il diritto di contare.





Nel 1967 Poitier incrocia due lungometraggi storici per Hollywood e il sentire popolare. E' il fidanzato di colore di una ragazza bianca figlia di due genitori progressisti, nonché spiazzati, in Indovina chi viene a cena? (1967) di Stanley Kramer. Allo stesso tempo in La calda notte dell'ispettore Tibbs di Norman Jewison è un ispettore di polizia nero, mandato a risolvere un caso nel profondo ostile Mississippi. Due film sullo stesso argomento nell'arco di un anno sono una spia di quello che sta accandendo nella realtà. Malcolm X è assassinato nel 1965 (è celebrato nell'opera omonima di Spike Lee del 1992), mentre il reverendo Martin Luther King Jr. nello stesso anno ha organizzato la marcia pacifica di Selma (la cronaca è nel film omonimo di Ava DuVernay del 2014). King viene ucciso un anno dopo la doppietta simbolica di Poitier, suggerita dalla dignità di un diritto di voto reso finalmente effettivo dal Voting Rights Act anche negli Stati più arretrati.

In seguito a questo bagno di sangue, l'organizzazione americana delle Pantere Nere nasce alla fine degli anni Sessanta e si spegne progressivamente fino al 1982. Al cinema, gli afroamericani decidono di non parlamentare più e di non riconoscersi nella cultura del cinema bianco: nel 1971 Shaft il detective di Gordon Parks, con Richard Roundtree, consacra lo stile della "blaxploitation": film fatti da neri, per neri, off-Hollywood. Come parentesi, un curioso punto di vista sulle Pantere Nere e quel periodo è nel nostrano Sistemo l'America e torno (1974) di Nanni Loy, con Paolo Villaggio ragioniere mandato negli States a recuperare un giocatore di basket, aderente al movimento rivoluzionario. Non si ride.

Negli anni Ottanta si ride invece sull'argomento, tra l'ascesa di Eddie Murphy e lo sdoganamento del politicamente scorretto Richard Pryor al fianco di Gene Wilder in Nessuno ci può fermare (1980), non per caso diretto proprio da Sidney Poitier: chi se non lui può conciliare due mondi?
Colpirà però duro Mississippi Burning (1988) di Alan Parker, dove Gene Hackman e Willem Dafoe indagano nel 1964 sull'esecuzione di attivisti dei diritti civili da parte del Ku Klux Klan. Al suo confronto, l'appena successiva bonomica commedia A spasso con Daisy (1989) con Jessica Tandy e Morgan Freeman è molto più innocua. Il suo potenziale idillio tra le razze sembra quasi sbeffeggiato dalla rabbia del contemporaneo Fa' la cosa giusta e del successivo Jungle Fever (1991), entrambi di Spike Lee, dove la convivenza è utopia destinata al disastro. Nel 1998 il fenomeno del razzismo è ancora una volta indagato dalla prospettiva dei bianchi in American History X (1998) di Tony Kaye, con Edward Norton neonazista pentito, che ha ormai però fatalmente avviato il fratello minore (Edward Furlong) sulla strada dell'autodistruzione morale.

Film così forti nei primi anni 2000 si diradano, nonostante la partenza di Monster's Ball (2001), con l'Oscar a Halle Berry mentre Denzel Washington vince per Training Day. C'è forse una necessità di una metabolizzazione diversa dei diritti da conquistare e delle battaglie ancora da intraprendere. Il quasi fiabesco The Help (2011) risponde ancora allo stile della tipica presa di coscienza bianca, eppure, tenendo presente alcuni film che abbiamo già citato, è evidente che Hollywood concede ormai agli afroamericani di raccontare se stessi. Un horror sui generis e simbolico come Scappa - Get Out (2017) di Jordan Peele ribalta le aspettative e porta a casa il risultato con intelligenza. Attenzione tuttavia a non sottovalutare in questa direzione i successi del regista Ryan Coogler con Creed (2015) e Black Panther (2018): pur non trattando i temi del razzismo, rappresentano la conquista dell'immaginario popolare da parte della cultura nera, rispettivamente nel riscatto targato Rocky e nell'intrattenimento da blockbuster della Marvel. Forse la nuova frontiera del cinema a contenuto razziale è questa: render propria l'arte al di là della militanza, cercando di cancellare la consapevolezza che il look e lo spirito del Ku Klux Klan furono ispirate da Nascita di una nazione (1915) di Griffith, purtroppo uno dei genitori del mezzo.



Domenico Misciagna
  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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