Oscar 2018: i candidati per il miglior film di animazione

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Oscar 2018: i candidati per il miglior film di animazione

Le nomination agli Oscar 2018 annullano com'è tradizione la vera suspense per quanto riguarda la corsa al miglior film animato. Grazie al peso che hanno gli Annie Awards e, inutile prenderci in giro, grazie al peso di Disney e Pixar, la vittoria di Coco quest'anno sembra del tutto scontata. Se l'esito è prevedibile, è il caso di soppesare quanto valore di "premio di consolazione" abbiano le nomination.

Il film meno noto e meno visto della cinquina è The Breadwinner, avvistato internazionalmente solo all'ultimo Festival di Toronto, ma con un passaggio nelle sale americane burocratico a novembre: l'incasso negli States ha sfiorato a stento i 300.000 dollari. La regista irlandese Nora Twomey ha al suo attivo l'inedito in Italia The Secret of Kells (2009), codiretto col maestro Tomm Moore, del quale qui da noi abbiamo visto La canzone del mare. La storia, prodotta da Angelina Jolie, vede una ragazzina fingersi un maschio in Afghanistan, per aiutare la sua famiglia. Lo stile grafico è totalmente bidimensionale "tradizionale": The Breadwinner è l'unico film della cinquina realizzato con questa tecnica.

Baby Boss è una delle ultime fatiche della DreamWorks Animation, per la regia del papà di Madagascar, Tom McGrath. Per la casa capitanata da Jeffrey Katzenberg il cartoon è stato un toccasana d'incassi che ha interrotto un periodo di crisi: con un incasso mondiale di quasi 500 milioni di dollari, la DreamWorks ha recuperato terreno sui concorrenti Disney e Illumination, che la distanziano ancora di molto. Come grafica e humor, ancora una volta McGrath ha messo in gioco il suo affetto per gli eccessi e i paradossi alla Tex Avery, raccontando di un bambino di 7 anni traumatizzato dall'arrivo di un fratellino neonato. Particolare? Il neonato di nascosto parla e cammina. Cosa c'è sotto?

Ferdinand non è riuscito a riportare a galla del tutto la Blue Sky, ancora traumatizzata dal flop del quinto Era Glaciale, ma il Carlos Saldaña dei Rio è uscito abbastanza bene dall'adattamento della "Storia del Toro Ferdinando" di Munro Leaf. Favola morale interpretata nei decenni come un pericolo dalle dittature che l'hanno bandita, ritrae dolcemente un toro che si rifiuta di combattere nelle arene. Esteticamente e nei contenuti forse è il meno forte dei film in lizza, però ha avuto il merito di ricordare la poesia del libro illustrato, pubblicato nei lontani anni Trenta.

Loving Vincent, anche se difficilmente vincerà la statuetta, sarà a nostro parere il vero vincitore morale della competizione. Chi ci segue sa che nei mesi abbiamo colto ogni occasione per promuovere il lavoro mastodondico coordinato da Dorota Kobiela e Hugh Welchman: una ricostruzione degli ultimi anni di vita di Van Gogh, ottenuta dando vita ai suoi quadri, con animazioni dipinte a olio a passo due (12 fotogrammi al secondo). Al di là di qualche momento didascalico (ma pur sempre prezioso dal punto di vista didattico), è un'esperienza che sa stupire con l'immagine. Oggi.

Coco, vincitore praticamente certo, è il film che ci ha rassicurato: la Pixar di una volta c'è ancora e non si è persa tra i sequel. E' la Pixar in grado di creare mondi immaginifici, di immergervi storie profonde che si prestano a più livelli di lettura. La Pixar delle lacrime, del tempo che trascorre, delle trovate visive irresistibili, della grande cura per il dettaglio. Cosa più importante, in un ambiente dell'Academy militante, è una comunione totalizzante con la cultura messicana. Nell'America di Trump. Epocale quindi, oltre che toccante. Dirige Lee Unkrich, regista di Toy Story 3, non per niente veterano della Pixar della prima ora.

Oscar 2018: le nomination



Domenico Misciagna
  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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