Piazza Vittorio Recensione

Titolo originale: Piazza Vittorio

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Piazza Vittorio: la recensione del documentario di Abel Ferrara sul cuore della Roma multietnica

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Piazza Vittorio: la recensione del documentario di Abel Ferrara sul cuore della Roma multietnica

Credo sia giusto premettere che a Piazza Vittorio (nei pressi di), io, ci abito.
Giusto perché la realtà e i personaggi e i volti raccontati da Abel Ferrara in questo suo documentario, li conosco bene, e da vicino. E da un lato questo può probabilmente spingere il mio io critico a provare un legame istintuale ed empatico con il film, a sentirlo familiare; dall’altro, può forse portare quello stesso io critico a evidenziare una certa mancanza di approfondimento su quella realtà che a me pare palese, ma che forse non lo è per il pubblico che non la conosce, direttamente o indirettamente.

Quello che però è certo, è che Ferrara - con uno spirito che tra a metà via tra quello del residente del rione Esquilino e quello di un turista viaggiatore che osserva e riporta - ha colto con Piazza Vittorio e con le dichiarazioni dei tanti cittadini (italiani e non) che lo compongono, la natura di quella piazza umbertina e di tutto il rione come di un punto d’incontro cruciale (di catastrofe, direbbero gli accademici) tra culture, etnie e pensieri politici che l’attuale opposizione di governo dovrebbe studiare approfonditamente per comprendere le ragioni di una sconfitta e quelle di una possibile strategia di riscossa che proponga una nuova visione del mondo.

Ferrara, arrembante come sempre, dentro al suo film mette proprio tutto: la Piazza, gli immigrati, il Mercato Esquilino, gli italiani che si lamentano e quelli che invece, come Matteo Garrone, dicono di essere andati a vivere lì perché “avevo voglia di vivere all’estero”. Ci mette la barbona che strillava sempre, e che oggi è morta, l’ubriacone dai capelli lunghi che sta sempre allo stesso angolo, la Sonia del più famoso ristorante cinese di Roma, la Caritas della stazione termini e la signora del chiosco di Colle Oppio.
Ci mette il Colosseo, il famigerato ballatoio di via Giolitti e le immagini del Luce con gli italiani che facevano pipì sui resti romani dei Trofei di Mario proprio come oggi la fanno i vituperati stranieri.
Ci mette Casa Pound, che va anche bene, ma non ci mette le altre realtà che a Piazza Vittorio “fanno cultura,” come dicono loro, sostenendo di essere gli unici: la scuola Di Donato, l’Apollo Undici, le librerie indipendenti. E questa è una mancanza grave

Dentro il suo film - scompostamente, anarchicamente, casualmente - Ferrara ha messo anche sé stesso, come a voler ribadire di essere anche lui parte di tutta quella roba lì, anche lui un immigrato che si è stabilito da quelle parti e che lì cerca di sbarcare il lunario.
E tutto oscilla spaventosamente tra Grande Bellezza e Indecente Degrado, italiani che “mi hanno salvato” e che respingono, turiste in hot pants e suore di passaggio. Rimanendo in un equilibrio che ha del miracoloso.
Lo spiega bene Willem Dafoe, altro immigrato-residente di lusso dell’Esquilino: “Quando sono in questo quartiere rimango stupefatto, come quando sono a New York, che la gente non si svegli la mattina e cominci a uccidersi a vicenda.”

Piazza Vittorio
Il Trailer Ufficiale del Film - HD
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Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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